70.mo Liberazione / 2: Guardarsi dai falsi amici
1) Moni Ovadia: La perversione del senso del 25 aprile
2) Angelo D'Orsi: La rimozione nascosta della memoria
3) Ugo Giannangeli: Sulla bandiera della brigata ebraica nel corteo del 25 aprile e sulle bandiere palestinesi
Sui tentativi sionisti di "impadronirsi" del 25 aprile si vedano anche i seguenti, importanti testi:
La Brigata sionista e il 25 aprile (ISM Italia, Torino, 19 aprile 2015)
http://www.ism-italia.org/wp-content/uploads/La-Brigata-sionista-e-il-25-aprile.pdf
Il 25 aprile con i palestinesi (di Piero Bevilacqua, su Il Manifesto del 13 aprile 2015)
Antisemitismo, fascismo e sionismo: triangolazioni inattese
Testo dell'intervento di Fabio De Leonardis al nostro convegno I FALSI AMICI (in formato PDF)
http://www.cnj.it/INIZIATIVE/FalsiAmici/atti_deleonardis.pdf
=== 1 ===
http://ilmanifesto.info/la-perversione-del-senso-ultimo-del-25-aprile/
La perversione del senso del 25 aprile
di Moni Ovadia, su Il Manifesto del 10.4.2015
Polemiche. Le bandiere palestinesi al corteo? Un vulnus inaccettabile per il presidente della comunità ebraica romana Pacifici e per qualche ultrà del sionismo più isterico. Ma screditando le ragioni di chi lotta per una Palestina libera si sovverte il significato della Resistenza
Nel
corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cercato di partecipare,
anno dopo anno a ogni manifestazione del 25 aprile.
Un paio di anni fa, percorrendo il corteo alla ricerca della mia collocazione
sotto le bandiere dell’Anpi, mi imbattei nel gruppo che rappresentava
i combattenti della “brigata ebraica”, aggregata nel corso della seconda
guerra mondiale alle truppe alleate del generale Alexander e impegnata
nel conflitto contro le forze nazifasciste. Qualcuno dei componenti
di quel drappello mi riconobbe e mi salutò cordialmente, ma uno di loro mi
rivolse un invito sgradevole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io
con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cercare le bandiere
dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» perché io sono iscritto
all’Anpi con il titolo di antifascista. Lui per tutta risposta mi apostrofò
con queste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».
Il tono sprezzante con cui pronunciò la parola palestinesi sottintendeva
chiaramente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dandogli
istintivamente del coglione e affrettai il passo lasciando che la sua
risposta, sicuramente becera si disperdesse nell’allegro vociare dei
manifestanti.
Questo episodio, apparentemente innocuo, mi fece scontrare con una
realtà assai triste che si è insediata nelle comunità ebraiche.
I grandi valori universali dell’ebraismo sono stati progressivamente
accantonati a favore di un nazionalismo israeliano acritico ed estremo.
Un nazionalismo che identifica stato con governo.
Naturalmente non tutti gli ebrei delle comunità hanno imboccato questa
deriva sciovinista, ma la parte maggioritaria, quella che alle elezioni
conquista sempre il “governo” comunitario, fa dell’identificazione di
ebrei e Israele il punto più qualificante del proprio programma al
quale dedica la prevalenza delle sue energie.
Io ritengo inaccettabile questa ideologia nazionalista, in primis come
essere umano perché il nazionalismo devasta il valore integro e universale
della persona, poi come ebreo, perché nessun altro flagello ha provocato
tanti lutti agli ebrei e alle minoranze in generale e da ultimo perché,
come insegna il lascito morale di Vittorio Arrigoni, io non riconosco
altra patria che non sia quella dei diseredati e dei giusti di tutta la
terra.
L’ideologia nazionalista israeliana negli ultimi giorni ha fatto maturare
uno dei suoi frutti tossici: la decisione presa dalla comunità ebraica
di Roma, per il tramite del suo presidente Riccardo Pacifici, di non partecipare
al corteo e alla manifestazione del prossimo 25 aprile. La ragione
ufficiale è che nel corteo sfileranno bandiere palestinesi, vulnus inaccettabile
per il presidente Pacifici, in quanto nel tempo della seconda guerra
mondiale, il gran muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, massima autorità religiosa
sunnita in terra di Palestina fu alleato di Hitler, favorì la formazione
di corpi paramilitari musulmani a fianco della Germania nazista e
fu fiero oppositore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel territorio
del mandato britannico. Mentre la brigata ebraica combatteva con
gli alleati contro i nazifascisti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948
venne destituito e arrestato: oggi vedendo una bandiera palestinese a
chi viene in mente il gran muftì di allora? Praticamente a nessuno, se
si eccettua qualche ultrà del sionismo più isterico o qualche fanatico modello
Isis.
Oggi la bandiera palestinese parla a tutti i democratici di un popolo
colonizzato, occupato, che subisce continue e incessanti vessazioni,
che chiede di essere riconosciuto nella sua identità nazionale, che si
batte per esistere contro la politica repressiva del governo di uno
stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più elementari
ed essenziali. Un governo che lo umilia escogitando uno stillicidio
di violenze psicologiche e fisiche e pseudo legali per rendere esausta
e irrilevante la sua stessa esistenza.
Quella bandiera ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile — com’è accaduto
per decenni e senza polemica alcuna — e glielo garantisce il fatto di essere
la bandiera di un popolo che chiede di essere riconosciuto, un popolo
che lotta contro l’apartheid, contro l’oppressione, per liberarsi da un
occupante, da una colonizzazione delle proprie legittime terre, legittime
secondo la legalità internazionale, un popolo che vuole uscire di prigione
o da una gabbia per garantire futuro ai propri figli e dignità alle proprie donne
e ai propri vecchi, un popolo la cui gente muore combattendo armi alla mano
contro i fanatici del sedicente Califfato islamico nel campo profughi
di Yarmouk, nella martoriata Damasco.
E degli ebrei che si vogliono rappresentanti di quella brigata ebraica
che combatté contro la barbarie nazifascista hanno problemi ad essere
un corteo con quella bandiera? Allora siamo alla perversione del senso
ultimo della Resistenza.
La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pretesto capzioso
e strumentale. Il vero scopo del presidente Pacifici e di coloro che
lo seguono — e addolora sapere che l’Aned condivide questa scelta -, è
quello di servire pedissequamente la politica di Netanyahu, che consiste
nello screditare chiunque sostenga le sacrosante rivendicazioni del
popolo palestinese.
Per dare forza a questa propaganda è dunque necessario staccare la
memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del
nazifascismo e soprattutto dalla Resistenza espressa dalle forze
della sinistra. È necessario discriminare fra vittima e vittima
israelianizzando la Shoah e cortocircuitando la differenza fra ebreo
d’Israele ed ebreo della Diaspora per proporre l’idea di un solo popolo
non più tale per il suo legame libero e dialettico con la Torah, il Talmud
e il pensiero ebraico, bensì un popolo tribalmente legato da una terra,
da un governo e dalla forza militare.
Se come temo, questo è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte antifascista
con il pretesto che accoglie la bandiera palestinese, la scelta non potrà
che portare lacerazioni e sciagure, come è vocazione di ogni nazionalismo
che non riconosce più il valore dell’altro, del tu, dello straniero
come figura costitutiva dell’etica monoteista ma vede solo nemici da
sottomettere con la forza.
=== 2 ===
La
rimozione nascosta della memoria
Angelo d'Orsi
(10 aprile 2015)
Ad Auschwitz, uno dei monumenti più notevoli tra quelli dedicati alle varie
comunità degli internati è il cosiddetto «Memoriale Italiano». Un paio di
anni or sono le autorità polacche decisero di chiuderlo al pubblico,
nel silenzio del governo italiano, e dell’Aned, in teoria proprietaria
dell’opera. Pochi mesi fa la sovrintendenza del campo, ormai museo,
ha deciso di procedere alla rimozione del Memoriale. La sua colpa?
Quella di ricordare che nei lager non furono soltanto deportati e sterminati
gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comunisti insieme a socialdemocratici
e cattolici, gli omosessuali, i disabili. Quel Memoriale opera egregia,
alla cui ideazione, su progetto dello studio BBPR (Banfi Belgiojoso Perussutti
Rogers, il prestigioso collettivo milanese di cui faceva parte Ludovico
Belgiojoso, già internato a Buchenwald) collaborarono Primo Levi, Nelo
Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiuntivi, come
l’accogliere fra le sue tante decorazioni e simbologie anche una falce e
martello, e una immagine di Antonio Gramsci, icona di tutte le vittime del
fascismo.
Ora, ai governanti polacchi, desiderosi di rimuovere il passato, disturbano
quei richiami, agli ebrei il fatto che il monumento metta in crisi
«l’esclusiva» ebraica relativa ad Auschwitz. Ed è grave che una città italiana,
Firenze, si sia detta pronta ad accoglierlo. Contro questa scellerata iniziativa
si sta tentando da tempo una mobilitazione culturale, che si spera
possa avere un riscontro politico forte e oggi su questo si svolgerà nel
Senato italiano una iniziativa di denuncia promossa da Gherush
92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spostare
quel monumento dalla sua sede naturale, equivale a trasformarlo in mero
oggetto decorativo, mentre esso deve stare dove è nato, per il sito per il
quale fu pensato, a ricordare, proprio là, dietro i cancelli del campo di
sterminio, cosa fu il nazismo e il suo lucido progetto di annientamento,
che, appunto, non concerneva solo gli ebrei, collocati in fondo alla gerarchia
umana, ma anche tutti gli altri popoli, giudicati essere «razze inferiori»
come gli slavi, o i nemici del Reich, comunisti in testa, o ancora gli
«scarti» di umanità, secondo le oscene teorie degli «scienziati» di Hitler.
Insomma, la rimozione del Memoriale, è una rimozione della memoria e
un’offesa alla storia. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comunità
israelitiche italiane, che o hanno taciuto, o hanno approvato la rimozione
del Memoriale (in attesa della sua sostituzione con un bel manufatto politicamente
adattato ai tempi nuovi), appare grave.
E in qualche modo richiama le polemiche di questi giorni relative alla
manifestazione romana del 25 aprile.
Premesso che la cosa «si svolgerà di sabato», e dunque, come ha pretestuosamente
precisato il presidente della Comunità israelitica romana, gli ebrei non
avrebbero comunque partecipato, la denuncia che «non si vogliono gli
ebrei», è un rovesciamento della verità: non si vogliono i palestinesi. Ed
è grave l’assenza annunciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la
bagarre si è scatenata sull’assenza della «Brigata Ebraica». La quale ha le
sue origini remote niente meno in Vladimir Jabotinsky, sionista estremista
di destra con legami negli anni ’30 mai smentiti con Mussolini, che convinse
le autorità britanniche, nella I guerra mondiale, a dar vita a una Legione
ebraica.
Nel II conflitto mondiale, fu Churchill a lasciarsi convincere a organizzare
un Jewish Brigade Group, inquadrato nell’esercito britannico: 5000 uomini
che operarono in particolare nell’Italia centrale, contribuendo
alla liberazione di Ravenna e di altri borghi. Ebbe i suoi morti, e le sue
glorie. Bene dunque celebrarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo
eminente, come sembrerebbe a leggere certe dichiarazioni. Ma il fuoco
mediatico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come
storico ho il dovere di ricordarlo. Quei soldati divennero il nucleo
iniziale delle milizie dell’Irgun e del Haganah — quelle che cacciarono i
palestinesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neonato Stato di Israele,
al quale offrirono anche la bandiera.
Si capisce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il martello. Ma
quando leggo che il suo presidente afferma che «i palestinesi non c’entrano
con lo spirito della manifestazione», mi vien voglia di chiedergli
se gli amici di Netanyahu c’entrino di più. Altri hanno dichiarato in questi
giorni che bisogna lasciar parlare solo chi ha fatto la guerra di liberazione;
ma se così intanto andrebbero cacciati dai palchi tanti tromboni in
cerca di applausi; e soprattutto se si adotta questa logica è evidente che
tra poco non ci sarà più modo di festeggiare il 25 aprile, perché,
ahimè, i partigiani saranno tutti scomparsi.
E allora — visto l’articolo 2 dello Statuto dell’Anpi che rivendica un profondo
legame con i movimenti di liberazione nel mondo — come non dare spazio a
chi oggi lotta per liberarsi da un regime oppressivo, discriminatorio
come quello israeliano, rappresentato ora dal governo di destra di Netanyahu?
Chi più dei palestinesi ha diritto oggi a reclamare la «liberazione»?
E invece temo si vada verso questo (addirittura in queste ore in forse
a Roma) e i prossimi 25 Aprile ingessati e reistituzionalizzati.
=== 3 ===
Sulla bandiera della brigata ebraica nel corteo del 25 aprile e sulle bandiere palestinesi
di Ugo Giannangeli
Finalmente
quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era
stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le
mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre
senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia.
Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle
lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle
mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre
appariva palese.
Andiamo per ordine.
Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra
di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di
liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della
8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria
britannica.
Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre
nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel
Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che
nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei
Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli
ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della
Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera
inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la
fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua
attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo
e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946.
Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed
in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in
copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “
è l’attuale bandiera di Israele”.
A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per
quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera
sionista”.
In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto
negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono
plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di
Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il
nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che
per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità
nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire
esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento).
Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata
si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.
I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele,
unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni:
l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste
piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono
responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici,
arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave
Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel
King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad
opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.
Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir,
banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a
giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.
La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di
continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta
araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele
sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati
mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi
profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e
sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e
accompagna tutti i crimini sionisti.
Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo
antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli
alleati non è dato capire.
********
Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di
Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi
con i nazisti.
Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano
gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto,
11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”.
La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato
a tutto.
Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in
Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico
francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ”
Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di
espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle
moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista.
Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della
necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo
all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.
Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla
volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la
Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale
pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern,
con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e
tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?
Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali
ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione (
ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia
ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e
affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei
ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo
tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa
nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La
nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia,
op.cit.).
Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva
la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola
discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai
Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze
espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno
dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.
*********
Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano
bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al
nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese.
Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati
relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio
Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1°
settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati
all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza
83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite:
701.
*********
Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro
presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come
giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello
Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si
battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e
di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano
giuridico, politico, storico ed etico?
E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano
pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o
addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come
il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese
del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi”
ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale
indignazione: l’occupazione della Palestina?
Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese
versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione
subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.
********
Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si
stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona
compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si
veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”.
Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due
popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico
Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del
movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico,
confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci
sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua
sia stata solo una boutade elettorale?
Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere
palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento
del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e
di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.
Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli
antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea
col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012,
rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di
posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25
Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello
ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma
che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.
Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?
- La pace e il ripudio della guerra,
valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza
e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank
- La libertà, valore contraddetto dai
milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro,
dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza
- L’uguaglianza, valore contraddetto
dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale
riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con
cittadinanza israeliana
- La giustizia, valore contraddetto dalle
continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza
dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della
Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani
dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i
Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni
- Il valore della resistenza e della
autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia
etnica in corso.
Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.
Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con
lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è
libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla
bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25
Aprile rappresenta.
16 Aprile 2015
Ugo Giannangeli
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